Se i banchieri centrali (che controllano il capitale) fanno tesoro di Marx
Banchieri di tutto il mondo unitevi”. L’appello lanciato da Karl Marx nel 1848 non è stato raccolto dai proletari, ma dai banchieri. L’economia mondiale, poiché è tale, non può sopportare lo “stop-and-go” delle elezioni presidenziali o parlamentari o amministrative che si svolgono in quel pugno di paesi che da soli producono il 90 per cento del pil mondiale: sei mesi fa in Francia, un mese e mezzo fa negli Stati Uniti, il 16 dicembre in Giappone, fra due mesi in Italia e fra dieci mesi in Germania. di Alessandro Corneli
6 AGO 20

"Banchieri di tutto il mondo unitevi”. L’appello lanciato da Karl Marx nel 1848 non è stato raccolto dai proletari, ma dai banchieri.
L’economia mondiale, poiché è tale, non può sopportare lo “stop-and-go” delle elezioni presidenziali o parlamentari o amministrative che si svolgono in quel pugno di paesi che da soli producono il 90 per cento del pil mondiale: sei mesi fa in Francia, un mese e mezzo fa negli Stati Uniti, il 16 dicembre in Giappone, fra due mesi in Italia e fra dieci mesi in Germania. Perché ogni elezione è preceduta da una semi-paralisi decisionale o da decisioni elettoralistiche, ed è seguita da pause di adattamento o, nei casi peggiori, da inversioni di rotta per venire incontro alle mutevoli e umorali opinioni pubbliche. A chi ricorda che questa è la democrazia, si risponde che non è la stessa cosa cambiare opinione politica da un momento all’altro e cambiare la destinazione di un investimento pluriennale.
L’economia mondiale, poiché è tale, non può sopportare lo “stop-and-go” delle elezioni presidenziali o parlamentari o amministrative che si svolgono in quel pugno di paesi che da soli producono il 90 per cento del pil mondiale: sei mesi fa in Francia, un mese e mezzo fa negli Stati Uniti, il 16 dicembre in Giappone, fra due mesi in Italia e fra dieci mesi in Germania. Perché ogni elezione è preceduta da una semi-paralisi decisionale o da decisioni elettoralistiche, ed è seguita da pause di adattamento o, nei casi peggiori, da inversioni di rotta per venire incontro alle mutevoli e umorali opinioni pubbliche. A chi ricorda che questa è la democrazia, si risponde che non è la stessa cosa cambiare opinione politica da un momento all’altro e cambiare la destinazione di un investimento pluriennale.
Così una dozzina di banchieri centrali, che comunque non sono arrivati a questa posizione senza il consenso delle forze politiche, i cui paesi hanno un pil complessivo di 51 mila miliardi di dollari, quattro quinti di quello mondiale, hanno deciso di prendere in mano la situazione per uscire dalla crisi. Hanno stabilito la loro capitale a Basilea, sede della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), dove ogni due mesi si incontrano e coordinano i loro interventi, che poi si riassumono in uno solo: decidere quanta moneta “creare” per far funzionare l’economia mondiale e le singole economie nazionali. Che esista o non esista più una sovranità monetaria “nazionale” è infatti una finzione: sono le banche centrali a decidere quanta moneta accordare alle economie dei diversi paesi e ai loro governi. Così almeno le cose sono chiare. Dall’inizio della crisi del 2007, le Banche centrali hanno “creato moneta” per 11 mila miliardi di dollari, quasi un quinto del pil mondiale. Le parole del presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, sono state chiare: denaro a tasso zero fino a quando la disoccupazione negli Stati Uniti sarà discesa al di sotto del 6,5 per cento e l’inflazione non supererà il 2 per cento. Che significa una sola cosa: la politica economica è stata presa in carico dalla Fed. Sulla stessa linea si muove, con le accortezze dovute al rispetto dello statuto, la Banca centrale europea di Mario Draghi perché acquistare bond equivale a stampare euro. Lo stesso fanno da tempo le Banche centrali del Regno Unito, del Giappone e di altri stati.
Il Wall Street Journal parla di un “esperimento senza precedenti”, di una “scommessa”. Tecnicamente, è un’applicazione su scala universale della ricetta keynesiana, anche se è da capire se nella crisi attuale ci sono capacità produttive inespresse, da stimolare, o se la domanda è bloccata dal mix tra saturazione e scarsa liquidità. “Scavare buche e riempirle” per dare un reddito che si trasforma in capacità di spesa e attiva a monte la produzione e riassorbe la disoccupazione può non essere la descrizione fedele della presente situazione. Avere ricapitalizzato le banche ha finora prodotto modesti, anche se incoraggianti, risultati negli Stati Uniti, dove la disoccupazione è un po’ calata (un punto nell’ultimo anno fino all’attuale 7,7 per cento) e si spinge sulla ricollocazione delle imprese in territorio nazionale, ma in Europa, dove la disoccupazione supera l’11 per cento ed è destinata a crescere, la cura non funziona e la stessa Germania ha registrato un forte calo della produzione alla fine di quest’anno.
L’Europa si allinea, faticosamente. L’accordo tecnico e poi politico raggiunto il 12 e 13 dicembre sull’attribuzione alla Bce del potere di vigilanza sulle banche con attivi superiori a 30 miliardi di euro e pari ad almeno un quinto del pil del paese di appartenenza – sono tra 100 e 150 – rappresenta un passo verso l’Unione bancaria e una tappa di avvicinamento verso la costruzione di un’unica politica economica almeno per l’Eurozona. Le bozze delle singole leggi di stabilità saranno approvate a Bruxelles (i parlamenti nazionali si limiteranno a ratificarle) ma terranno conto delle reali disponibilità finanziarie che saranno sotto il controllo della Bce. A livello locale le cose non cambieranno molto nel breve e medio termine (la vigilanza della Bce, salvo situazioni di emergenza, non si effettua a questo livello), ma per eventuali impegni strategici che richiedono forti investimenti, le banche dovranno avere il via libera da Francoforte. In questo modo verrà ulteriormente ridotto, dall’alto, il potere decisionale dei parlamenti e dei governi nazionali eletti. Al controllo sulle emissioni di titoli di stato si aggiungerà quindi il controllo sulle operazioni delle maggiori banche europee. La politica economica dei governi e dei parlamenti si ridurrà sempre più alla ordinaria amministrazione, i ministri conteranno di meno e i sindaci di più, e la democrazia si sposterà in basso verso i piccoli problemi della gente comune.
di Alessandro Corneli